Lettori fissi

venerdì 3 ottobre 2025

28 settembre - Da Otranto a Lecce e dritti a casa......


Quarta Tappa – Il Ritorno

Siamo giunti alla quarta e ultima tappa, quella del rientro verso casa. Una tappa dal tono più sommesso, inevitabilmente velata da quella sottile malinconia che accompagna ogni fine. La consapevolezza che questa bellissima avventura a pedali stia volgendo al termine comincia a farsi sentire, ma bando alla nostalgia precoce: c'è ancora strada da fare, e bellezza da assaporare.

La sveglia suona puntuale alle 6:00, ma io ero già sveglio dalle 5:00, come accade ormai da sempre.

Diversamente dalle altre tappe, questa mattina eravamo tutti fuori in strada già alle sei in punto, alla ricerca del bar convenzionato con il B&B per la colazione, già prepagata. Ma il destino ci ha subito riservato una piccola beffa: il bar, affacciato sul lungomare di Otranto, era ancora chiuso. Apertura prevista (forse) alle 7:00. Un po’ contrariati e un po' assonnati, ci siamo spostati nel bar più vicino, che per fortuna era aperto. L’irritazione iniziale, però, è svanita quasi subito, dissolta dalla magia che si

 respirava nell’aria.

Otranto, sì, OTRANTO – scritta tutta in maiuscolo, perché merita di gridarla al cielo – era semplicemente incantevole. Alle prime luci del mattino, la città si mostrava in tutta la sua bellezza discreta, silenziosa, solitaria e affascinante (per un attimo mi è ritornato in mente un ricordo di infanzia (una cosa stupida): il crepuscolo che anticipava l’alba colorava il cielo con tinte delicate, quasi pastello; le luci ancora accese lungo le strade conferivano un’aura sospesa, irreale. Sullo sfondo, il mare e le fantastiche nuvole – sì, le nuvole, perché il cielo non è mai così bello come quando è attraversato da nuvole dense e cariche di pioggia. In quell’istante, respiravo un senso di pace e ottimismo, come se tutto, in quel momento, fosse al posto giusto.

Qualche foto veloce sul lungomare, un check-up tecnico alle bici, uno sguardo al meteo – che ci suggeriva all’orecchio che avremmo beccato l’acqua– e poi la partenza. Come da tradizione, abbiamo vagato “a vacante” un po’ prima di ritrovare la traccia GPS del percorso, ma poi finalmente abbiamo imboccato la giusta via.

Sul percorso di questa tappa non c’è molto da raccontare: prevalentemente pianeggiante, per circa il 90%, era anche la più breve nel nostro itinerario. Un tracciato senza grandi fatiche fisiche, ma comunque non privo di sorprese.

Soste obbligate ai laghi Alimini dove ci fu un intervento tecnico sulla bici di Mauro, nella bellissima spiaggia di torre dell’Orso  (c’era ancora gente, nonostante il “cielo”, che faceva il bagno), dove effettuammo una sosta equina

 nella particolare piazza del popolo a San Foca.

 

A un certo punto, per qualche centinaio di metri, il GPS ci ha guidati su un sentiero decisamente più adatto alle mountain-bike. Abbiamo quindi deciso saggiamente di procedere a spinta, faticando un po’ ma senza incidenti.

Un pit stop nella incantevole piazzetta di Acaja e di volata verso lecce

Le nuvole che ci inseguivano ci hanno dato il ritmo: l’imminente minaccia del "diluvio universale" ci ha spinti a pedalare con energia e determinazione verso Lecce.

Io, come sempre, non ho potuto fare a meno di ammirare il cielo: quelle nubi scure e pesanti, quasi teatrali, erano una scenografia perfetta per questo ultimo atto.

Dopo l'incantevola Acaja dritti e motivati verso la capitale del Salento; dove arrivammo poco dopo mezzogiorno. Una foto ricordo davanti alla stazione delle Ferrovie dello Stato ha immortalato l’arrivo. Mauro, che abita proprio a Lecce, ci ha salutati lì, per lui la “ Salento Little Odissey” era terminata. Io e Tonino, invece, siamo riusciti a prendere al volo il regionale per Brindisi.

In una manciata di secondi, con l’energia della fame che iniziava a farsi sentire in modo feroce, sono riuscito ad arraffare una Fanta e un sacchetto di patatine. Una salvezza. Questa volta, il viaggio di rientro in treno è stato meno fantozziano di quello dell'andata: scoperto finalmente il segreto degli appendini, abbiamo sistemato le bici in modo ordinato e ci siamo accomodati con sollievo. Cominciavo già a pregustare il piacere del pranzo a casa, circondato dai miei comfort, finalmente.

Avremmo preferito proseguire con un altro treno per rientrare direttamente a Latiano e Francavilla ma, come ho scoperto, la domenica non esiste alcuna coincidenza per queste “sconosciute” mete ferroviarie.     Così, a Brindisi ci attendevano i nostri affetti più cari: Carmelina – affettuosamente “colpevole” di questa splendida traversata – e Franca. Dopo aver caricato le bici, un saluto veloce e caloroso con loro ha segnato l’epilogo di questa indimenticabile Odissea.


Foce del lago Alimini






















sabato 27 settembre 2025

27 settembre - La terza tappa da Santa Maria di Leuca ad Otranto


 Tappa 3 – Da Santa Maria di Leuca a Otranto: fatica, vento e meraviglia

E siamo giunti alla terza tappa del nostro viaggio: quella che da Santa Maria di Leuca ci condurrà, non senza sfide, fino alla splendida Otranto.

Il risveglio è stato meno scenografico rispetto al giorno precedente, con una colazione decisamente più spartana: caffè e cornetto al volo, consumati in una location meno suggestiva e con una varietà alquanto ridotta. Giusto il tempo di un rapido consulto “cardiologico” tra compagni di viaggio – una sorta di rito mattutino per misurare lo stato delle gambe e dello spirito – e si parte. I dubbi restano dietro, sulla soglia della partenza.

Sapevamo che sarebbe stata una tappa impegnativa. E infatti, lo è stata davvero: aspra, lunga, piena di salite, ma anche di discese "ardite" – in alcuni tratti abbiamo toccato i 50 km/h. Una vera scarica di adrenalina, seguita da inevitabili momenti di pura spossatezza.

La prima sosta "equina" – così, con affetto e ironia, ho soprannominato quei momenti in cui ci fermiamo come cavalli stanchi a rifiatare e ricaricarci con la carrube di Tonino – è stata al fiordo del Ciolo.
 Una cornice mozzafiato, con le sue pareti rocciose a picco sul mare, da cui i ragazzini più temerari (e incoscienti) si lanciano in tuffi da 30 o 40 metri (ora vietato). Uno scatto veloce, un po’ di respiro – che già scarseggiava – e di nuovo in sella.

Le salite, iniziate già prima del Ciolo, iniziavano a farsi sentire sulle gambe e soprattutto nella testa. Mi sono ritrovato a dover scendere e camminare per diversi tratti, spingendo la bici a piedi. Ma proprio in quel momento, ho imparato qualcosa: le salite – come le difficoltà nella vita – non vanno fissate negli occhi, o meglio non bisogna pensarci più di tanto e armarsi di buona volontà. Se ti fermi a guardarle, ti schiacciano. L’unico modo per superarle è abbassare lo sguardo, concentrarsi sul passo, sul colpo di pedale. Guardare solo qualche metro più avanti, senza pensare a quanto manca alla cima. E così ho fatto. E ha funzionato.


Come si dice al mio paese, "tra spizzichi e smuezzichi", abbiamo continuato a pedalare, sempre costeggiando la costa adriatica, così diversa da quella ionica attraversata nei giorni precedenti: più antropizzata, ma anche più solitaria (la ionica).

Le torri di avvistamento che svettano sugli speroni rocciosi sembravano sentinelle di pietra a sorvegliare il mare, come lo erano una volta; alimentavano il mio senso di meraviglia. Lo sguardo si perdeva nelle prospettive delle insenature e dei promontori, e il silenzio – rotto solo dal vento e dal rumore della natura (il rumore della natura per me è il tutto insieme tra paesaggi, brusii e i mormorii dei miei ispirati pensieri)  – dava una sensazione rara di libertà. Il traffico veicolare era pressoché assente, e la strada si popolava solo di altri ciclisti, in gran parte stranieri. Con loro ci si scambiava un saluto, un cenno della mano o del capo: piccoli gesti, ma carichi di un senso di comunità fatta di passione, fatica e amore per la natura.

Attraversammo Torre dell'Orso – sì, con un’altra sosta equina – e poco dopo raggiungemmo il faro di Punta Palascìa, il punto più orientale d’Italia. Un luogo simbolico, meta di diversi miei pellegrinaggi notturni per fotografare la via lattea e vedere l’alba  , che in quel punto arriva prima che in ogni altro angolo del Paese.

La fatica, però, ormai iniziava a farsi sentire sul serio. E così, quando Mauro – esperto della zona – ci propose una sosta energetica da "Carletto", un fast food a circa dieci chilometri da Otranto, accettammo con entusiasmo. Devo ammetterlo: la cucina di Carletto è stata una rivelazione.


Forse eravamo affamati come lupi, ma ogni morso ci ridava forza. Una pausa rigenerante, durata tre quarti d’ora.

Durante questa sosta avvenne anche il secondo “intruppicamento” del viaggio: protagonista, ancora una volta, il nostro Tonino. Appena si allontana per esigenze fisiologiche, succede qualcosa. Stavolta ha rischiato di cadere rovinosamente all’ingresso della toilette – il disastro è stato evitato per un soffio. Invece della medaglia d’oro, stavolta ha rischiato di tornare con un tarallo del water al collo... Scene tragicomiche da raccontare per anni.

Arrivammo finalmente a Otranto nel tardo pomeriggio. L’alloggio, un B&B piuttosto modesto, era però in pieno centro: un vantaggio strategico, anche se con il rovescio della medaglia del rumore notturno. Il ricovero delle bici? In camera con noi.


Per fortuna lo spazio non mancava.

Doccia veloce, un attimo di relax, e poi subito fuori. Mentre il resto del gruppo si preparava, mi sono incamminato tra le viuzze del centro, fotografando i menù esposti nei ristoranti, nelle locande, nelle pizzerie del porto, per poi inviarli al gruppo WhatsApp e facilitare la scelta della location per la cena.

Nel frattempo, in lontananza, una banda musicale suonava. Seguendo le note mi sono ritrovato in mezzo a una piccola festa di paese, animata dalla banda cittadina che celebrava un evento locale (il nome mi sfugge, ma ho un video a testimoniarlo). È lì che ho conosciuto il simpaticissimo capobanda, Corvaglia. Una figura carismatica, allegra, che mi ha strappato più di un sorriso. GRANDE CORVAGLIAAAAAAA ----Il folk che a mmme mmmi piace



Una cosa mi ha colpito molto: in città, non c’era traccia di turismo locale. Come a Gallipoli, anche qui la presenza era quasi esclusivamente straniera. Ma il cuore pulsante di Otranto resta quello autentico, fatto di storia, pietra viva, vento e mare.

Mi sono ricongiunto con i miei compagni di viaggio; camminata tra le antiche strade, un po di foto qua e là fatte dall'altura del porto, notiamo e fotografiamo una imbarcazione ormeggiata nel porto


(solo oggi apprendiamo che era la "Coscienze" l'imbarcazione che è risaltata agli onori della cronaca, in queste ultime ore, per la missione umanitaria pro-Gaza) poi qualche souvenir per chi ci aspetta a casa e infine cena. 






Una pizza, stavolta, è bastata: l’effetto “Carletto” ancora si sentiva.


Rientro in camera alle 22:00. Nonostante il chiasso del centro, alle 24:00 crollo. Buonanotte ai suonatori.




































28 settembre - Da Otranto a Lecce e dritti a casa......

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