Tappa 3 – Da Santa Maria di Leuca a Otranto: fatica, vento e meraviglia
E siamo giunti alla terza tappa del nostro viaggio: quella che da Santa Maria di Leuca ci condurrà, non senza sfide, fino alla splendida Otranto.
Il risveglio è stato meno scenografico rispetto al giorno precedente, con una colazione decisamente più spartana: caffè e cornetto al volo, consumati in una location meno suggestiva e con una varietà alquanto ridotta. Giusto il tempo di un rapido consulto “cardiologico” tra compagni di viaggio – una sorta di rito mattutino per misurare lo stato delle gambe e dello spirito – e si parte. I dubbi restano dietro, sulla soglia della partenza.
Sapevamo che sarebbe stata una tappa impegnativa. E infatti, lo è stata davvero: aspra, lunga, piena di salite, ma anche di discese "ardite" – in alcuni tratti abbiamo toccato i 50 km/h. Una vera scarica di adrenalina, seguita da inevitabili momenti di pura spossatezza.
La prima sosta "equina" – così, con
affetto e ironia, ho soprannominato quei momenti in cui ci fermiamo
come cavalli stanchi a rifiatare e ricaricarci con la carrube di Tonino – è stata al fiordo del Ciolo.
Una cornice mozzafiato, con le sue pareti rocciose a picco sul mare,
da cui i ragazzini più temerari (e incoscienti) si lanciano in tuffi da 30 o
40 metri (ora vietato). Uno scatto veloce, un po’ di respiro – che già
scarseggiava – e di nuovo in sella.
Come si dice al mio paese, "tra spizzichi e
smuezzichi", abbiamo continuato a pedalare, sempre costeggiando
la costa adriatica, così diversa da quella ionica attraversata nei
giorni precedenti: più antropizzata, ma anche più solitaria (la ionica).
Le torri di avvistamento
che svettano sugli
speroni rocciosi sembravano sentinelle di pietra a sorvegliare il
mare, come lo erano una volta; alimentavano il mio senso di meraviglia. Lo sguardo si
perdeva nelle prospettive delle insenature e dei promontori, e il silenzio – rotto solo dal
vento e dal rumore della natura (il rumore della natura per me è il tutto insieme tra paesaggi, brusii e i mormorii dei miei ispirati pensieri) – dava una sensazione rara di
libertà. Il traffico veicolare era pressoché assente, e la strada
si popolava solo di altri ciclisti, in gran parte stranieri. Con loro
ci si scambiava un saluto, un cenno della mano o del capo: piccoli
gesti, ma carichi di un senso di comunità fatta di passione, fatica
e amore per la natura.
Attraversammo Torre dell'Orso – sì, con
un’altra sosta equina – e poco dopo raggiungemmo il faro di Punta
Palascìa, il punto più orientale d’Italia. Un luogo simbolico,
meta di diversi miei pellegrinaggi notturni per fotografare la via lattea e vedere l’alba , che in quel punto
arriva prima che in ogni altro angolo del Paese.
La fatica, però, ormai iniziava a farsi sentire sul serio. E così, quando Mauro – esperto della zona – ci propose una sosta energetica da "Carletto", un fast food a circa dieci chilometri da Otranto, accettammo con entusiasmo. Devo ammetterlo: la cucina di Carletto è stata una rivelazione.
Forse eravamo affamati come lupi, ma ogni morso ci ridava forza. Una pausa rigenerante, durata tre quarti d’ora.
Durante questa sosta avvenne anche il secondo “intruppicamento” del viaggio: protagonista, ancora una volta, il nostro Tonino. Appena si allontana per esigenze fisiologiche, succede qualcosa. Stavolta ha rischiato di cadere rovinosamente all’ingresso della toilette – il disastro è stato evitato per un soffio. Invece della medaglia d’oro, stavolta ha rischiato di tornare con un tarallo del water al collo... Scene tragicomiche da raccontare per anni.
Arrivammo finalmente a Otranto nel tardo pomeriggio. L’alloggio, un B&B piuttosto modesto, era però in pieno centro: un vantaggio strategico, anche se con il rovescio della medaglia del rumore notturno. Il ricovero delle bici? In camera con noi.
Per fortuna lo spazio non mancava.
Doccia veloce, un attimo di relax, e poi subito fuori. Mentre il resto del gruppo si preparava, mi sono incamminato tra le viuzze del centro, fotografando i menù esposti nei ristoranti, nelle locande, nelle pizzerie del porto, per poi inviarli al gruppo WhatsApp e facilitare la scelta della location per la cena.
Nel frattempo, in lontananza, una banda musicale suonava. Seguendo le note mi sono ritrovato in mezzo a una piccola festa di paese, animata dalla banda cittadina che celebrava un evento locale (il nome mi sfugge, ma ho un video a testimoniarlo). È lì che ho conosciuto il simpaticissimo capobanda, Corvaglia. Una figura carismatica, allegra, che mi ha strappato più di un sorriso. GRANDE CORVAGLIAAAAAAA ----Il folk che a mmme mmmi piace
Una cosa mi ha colpito molto: in città, non c’era traccia di turismo locale. Come a Gallipoli, anche qui la presenza era quasi esclusivamente straniera. Ma il cuore pulsante di Otranto resta quello autentico, fatto di storia, pietra viva, vento e mare.
Mi sono ricongiunto con i miei compagni di viaggio; camminata tra le antiche strade, un po di foto qua e là fatte dall'altura del porto, notiamo e fotografiamo una imbarcazione ormeggiata nel porto
(solo oggi apprendiamo che era la "Coscienze" l'imbarcazione che è risaltata agli onori della cronaca, in queste ultime ore, per la missione umanitaria pro-Gaza) poi qualche souvenir per chi ci aspetta a casa e infine cena.
Una pizza, stavolta, è bastata: l’effetto “Carletto” ancora si sentiva.
Rientro in camera alle 22:00. Nonostante il chiasso del centro, alle 24:00 crollo. Buonanotte ai suonatori.





















































